comunicato stampa

Al Teatro San Ferdinando dal 25 al 29 marzo
l’imperdibile racconto di e con Davide Enia dal titolo

Autoritratto

Un racconto personale e allo stesso tempo collettivo
intorno alle radici e le ragioni della cultura dell’omertà:
«‘a megghiu parola è chìdda ca ‘un si dice»

Sull’onda del grande successo di critica e di pubblico registrato nel corso della tournèe, da Milano
a Roma, Piacenza, Spoleto, Firenze, Reggio Emilia, giunge a Napoli dal 25 al 29 marzo al Teatro
San Ferdinando lo spettacolo di e con Davide Enia, Autoritratto.
Le musiche dello sono composte ed eseguite da Giulio Barocchieri, le luci sono di Paolo Casati,
il suono di Francesco Vitaliti. Una produzione CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli
Venezia Giulia, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Accademia Perduta Romagna
Teatri, Spoleto Festival dei Due Mondi.
Lo spettacolo
«A Palermo, tutti possediamo una costellazione del lutto in cui le stelle sono persone ammazzate
da Cosa Nostra». Partendo dalla cronaca degli anni Ottanta e dalle bombe del ‘92, intorno alla
quale costruisce una coinvolgente intelaiatura biografica, Davide Enia traccia «un autoritratto
intimo e collettivo» di una comunità costretta a convivere con la continua epifania del male.
«Io non ho nessun ricordo del 23 maggio 1992. Non ricordo dove fossi, con chi, quando e dove ho
appreso la notizia della bomba in autostrada che ha ucciso il giudice Giovanni Falcone, sua
moglie e alcuni agenti della scorta. I miei parenti, i miei amici, i miei compagni, tutte le persone
che conosco hanno un chiaro ricordo di quel giorno. Io ho un vuoto che non si riempie. Le mie
difese emotive hanno operato una rimozione tanto profonda quanto dolorosa. Ma non è la
rimozione una degli effetti della nevrosi? In Sicilia praticamente tutti abbiamo avuto, almeno fino
alle stragi, un rapporto di pura nevrosi con Cosa Nostra. È un discorso che ha a che fare con la
coscienza collettiva condivisa, con la pratica del quotidiano, con strutture di pensiero millenarie.
Per diverse ragioni, da noi la mafia è stata minimizzata, sottostimata, banalizzata, rimossa o, al
contrario, mitizzata. Ovvero: non è mai stata affrontata per quello che è. E, a questo sfocamento
dell’oggetto da studiare, è corrisposta una inconscia introiezione di quelle identiche modalità di
comportamento, stesse pratiche, simili scatti emotivi.
Per uno sguardo che indugia su un particolare, a Palermo può partire un aggàddo, una rissa. Il
padre che impone al figlio l’iscrizione a una data facoltà universitaria moltiplica la logica del
patriarca cui si deve obbedire. La difficoltà di nominazione del desiderio e la conseguente
consegna alla dittatura del silenzio rende la logica del Potere pronta ad aggredire e a imporsi con
maggiore facilità».
«Questo è quindi uno dei problemi che abbiamo con Cosa Nostra: in una maniera dolorosa e
sconcertante, a volte la mafia rappresenta uno specchio della nostra vita familiare, dei nostri
processi decisionali e operativi, del nostro modo di osservare il mondo e intendere le relazioni, del
nostro rapporto con la religione. Sono tutte operazioni che scavano a livello inconscio, e che
proprio nella comune base linguistica creano le prime cicatrici emotive. In una culla culturale in cui
«’a megghiu parola è chìdda ca ‘un si dice”», la miglior parola è quella non detta, che si configura

come prima soglia dell’omertà, affrontare per davvero Cosa Nostra significa iniziare un processo
di autoanalisi.
Non volere quindi capire in assoluto la mafia in sé, quanto cercare di comprendere la mafia in me.
Questo assunto configura così una necessaria intelaiatura biografica nella costruzione del testo. A
Palermo tutti quanti abbiamo pochissimi gradi di separazione con Cosa Nostra. Il primo morto
ammazzato l’ho visto a otto anni, tornando a casa da scuola. Conoscevo il giudice Borsellino,
abitava di fronte casa nostra, sono cresciuto giocando a calcio con suo figlio. E padre Pino Puglisi,
il sacerdote ucciso dalla mafia, era il mio professore di religione al liceo. Come me, i miei amici, i
miei compagni, i miei concittadini, tutti quanti abbiamo toccato con mano la mafia. Tutti
possediamo una costellazione del lutto in cui le stelle sono persone ammazzate da Cosa Nostra.
Ecco una costante dei palermitani: sentirsi ovunque costantemente in pericolo. La nevrosi è
inscritta nel nostro orizzonte degli eventi.
Lo spettacolo poi prenderà in esame un caso particolare, un vero e proprio spartiacque nella
coscienza collettiva: il rapimento e l’omicidio di Giuseppe di Matteo, il bambino figlio di un
collaboratore di giustizia, rapito, tenuto per 778 giorni in prigionia in condizioni spaventose e infine
ucciso per strangolamento per poi venire sciolto nell’acido. Una storia disumana che si configura
come l’apparizione del male, il sacro nella sua declinazione di tenebra. Siamo in presenza
dell’orrore, di una ferocia smisurata, di una linea di azioni così abiette da essere impossibile ogni
aggettivazione. E su tutto vibra il sacrificio di una vittima innocente. La verticalità della vicenda ha
in sé tutti i requisiti della tragedia, soprattutto nella formulazione di domande che non possono
avere risposte. Gli strumenti linguistici a disposizione per affrontare questo lavoro sono quelli che
il vocabolario teatrale ha costruito nella mia Palermo: il corpo, il canto, il dialetto, il pupo, la
recitazione, il cunto. È dentro questo linguaggio circoscritto che questo problema linguistico va
affrontato, sviscerato, interrogato, risolto.
Questo nuovo lavoro è una tragedia, una orazione civile, un processo di autoanalisi personale e
condiviso, un confronto con lo Stato, una serie di domande a Dio in persona. Per questo, questo
lavoro è un autoritratto al contempo intimo e collettivo».

DAVIDE ENIA

AUTORITRATTO
di e con Davide Enia
musiche composte ed eseguite da Giulio Barocchieri
luci Paolo Casati
suono Francesco Vitaliti
si ringrazia Antonio Marras per gli abiti di scena
una co-produzione CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia, Piccolo
Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Accademia Perduta Romagna Teatri, Spoleto
Festival dei Due Mondi.
durata: 1h e 30’
Info: www.teatrodinapoli.it > stagione 2025/2026

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