Vi narrerò di Atalanta, la cacciatrice
Vi narrerò di Atalanta, la fanciulla che correva più veloce del vento, che tendeva l’arco con la forza di un guerriero e che conosceva i sentieri dei boschi meglio delle strade tracciate dagli uomini. La sua storia comincia con un rifiuto e diventa, con il tempo, una leggenda.
Atalanta nacque in Arcadia, terra di montagne azzurre, gole profonde e foreste popolate da cervi, lupi e cinghiali. Suo padre, il re Iaso, desiderava un figlio maschio, un erede capace di portare avanti il nome della famiglia. Quando gli nacque invece una bambina, rimase deluso. Non seppe vedere nella piccola il dono degli dèi; vide soltanto ciò che non aveva ricevuto.
Così ordinò che fosse abbandonata sul monte Partenio.
La neonata venne deposta tra le rocce, avvolta in un panno, mentre il vento passava tra i pini con un sibilo sottile. Sembrava destinata a morire. Ma gli dèi, o forse il destino, avevano deciso diversamente. Una grande orsa, che aveva appena perduto i suoi cuccioli, udì il pianto della bambina e la prese con sé. Per giorni la nutrì e la protesse, tenendola al caldo nella sua tana.
In seguito, alcuni cacciatori trovarono Atalanta. Meravigliati dalla sua sopravvivenza, la portarono con loro e la allevarono come una figlia. Crebbe libera, imparando a riconoscere le orme degli animali, a leggere il cielo e a distinguere il fruscio di una lepre da quello di un predatore. Non conosceva la paura degli uomini, perché la sua infanzia era trascorsa tra alberi e rocce.
Atalanta divenne una cacciatrice straordinaria. Correva per ore senza rallentare, saltava fossati e torrenti, arrampicava pendii ripidi con l’agilità di una capra selvatica. Il suo arco non falliva quasi mai il bersaglio. Ma ciò che più impressionava era la sua indipendenza: Atalanta non voleva appartenere a nessuno. Aveva imparato a sopravvivere senza il padre che l’aveva abbandonata e senza la protezione di una casa. La foresta era il suo regno.
Un giorno, però, la pace dei boschi venne spezzata. Il re di Calidone, Oineo, aveva trascurato di rendere onore alla dea Artemide. Offesa, la dea inviò contro la città un enorme cinghiale, feroce e invulnerabile. L’animale devastava i campi, sradicava gli alberi e assaliva chiunque tentasse di fermarlo.
I più grandi eroi della Grecia si riunirono per abbatterlo. Vi erano Meleagro, figlio del re, e molti celebri guerrieri. Tra loro giunse anche Atalanta.
Alcuni uomini risero nel vederla. Non accettavano che una donna prendesse parte a una caccia riservata agli eroi. Atalanta non rispose alle provocazioni. Controllò la corda dell’arco, osservò il vento e attese.
Quando il cinghiale apparve, il bosco sembrò tremare. Il suo grugno era coperto di schiuma, gli occhi brillavano d’ira e le zanne sembravano lame. I guerrieri lanciarono le loro armi, ma l’animale si mosse con rapidità sorprendente. Un uomo cadde, un altro fu costretto a fuggire. La confusione aumentò.
Atalanta rimase immobile finché non vide il momento giusto. Incoccò una freccia e la scagliò. Il dardo colpì il cinghiale, ferendolo. Non fu il colpo decisivo, ma bastò a dimostrare il suo valore. Meleagro, colpito dal coraggio della giovane, la difese e continuò la caccia con lei. Alla fine, insieme agli altri, riuscì ad abbattere la terribile bestia.
Meleagro volle consegnare ad Atalanta la pelle del cinghiale, riconoscendo che era stata la prima a ferirlo. Ma il gesto provocò l’ira degli altri partecipanti, soprattutto dei parenti del principe. Nacque una disputa violenta, e la caccia, che avrebbe dovuto celebrare il coraggio, si trasformò in una tragedia. Atalanta comprese ancora una volta quanto spesso l’orgoglio degli uomini fosse più pericoloso delle zanne di una bestia.
La sua fama, tuttavia, si diffuse in tutta la Grecia. Molti giovani desideravano sposarla, ma Atalanta non voleva rinunciare alla propria libertà. Aveva consultato un oracolo, che le aveva predetto: «Il matrimonio sarà la tua rovina». Per questo stabilì una condizione terribile: avrebbe sposato soltanto colui che fosse riuscito a batterla in una gara di corsa. Chi avesse perso sarebbe stato ucciso.
Atalanta era certa che nessuno avrebbe potuto superarla. E infatti correva come una freccia. I pretendenti partivano pieni di speranza, ma presto la vedevano allontanarsi sulla pista, leggera e irraggiungibile. Lei tagliava il traguardo senza affanno; loro, invece, pagavano con la vita la propria presunzione. Poi arrivò Ippomene.
Il giovane non era soltanto bello: era intelligente e prudente. Quando vide Atalanta correre, non si vergognò di ammirarla. Capì che non avrebbe potuto vincere con la forza e chiese aiuto alla dea Afrodite. La dea, incuriosita dalla vicenda, gli donò tre mele d’oro, raccolte in un giardino divino.
Durante la gara, Ippomene lasciò cadere la prima mela. Atalanta si fermò, affascinata dal suo splendore, e la raccolse. Il giovane riprese il vantaggio. Poco dopo gettò la seconda, poi la terza. Ogni volta Atalanta esitava. Dentro di lei lottavano due desideri: la volontà di restare libera e il sentimento che cominciava a provare per quel giovane capace di sfidarla senza disprezzarla. Ippomene vinse la gara.
Atalanta avrebbe potuto considerare la sconfitta un’umiliazione, ma comprese che non era stata battuta soltanto dall’astuzia delle mele d’oro. Aveva scelto di rallentare. In fondo, forse desiderava scoprire cosa significasse condividere il cammino con qualcuno senza perdere se stessa.
I due si sposarono, ma la leggenda racconta che, in seguito, offesero gli dèi in un tempio. Per punirli, furono trasformati in leoni e condannati a trascinare il carro della dea Cibele. Così Atalanta, che aveva attraversato montagne e foreste senza padrone, finì ancora una volta dentro una storia più grande di lei, legata a un destino deciso dagli dèi.
Eppure io preferisco ricordarla non come una donna trasformata, ma come la giovane che correva libera tra gli alberi. Atalanta fu abbandonata, ma non sconfitta; fu giudicata fragile, ma divenne forte; fu invitata a restare in disparte, ma conquistò il centro della leggenda.
La sua corsa continua ancora oggi, nel rumore del vento tra i rami e nel battito di chiunque scelga di non lasciarsi definire dagli altri. Atalanta ci insegna che il valore non dipende da ciò che gli uomini si aspettano da noi. A volte il destino ci abbandona su una montagna; ma anche lì, tra il freddo e la solitudine, può cominciare la nostra vera storia.
Gennaro D’Aria


