Il Tramonto di un’Era

In una manciata di anni l’equilibrio mondiale si è trasformato in uno squilibrio
planetario. L’espressione dello sconquasso è indiscutibilmente Donald Trump, il quale
rappresenta – e si rappresenta da sé – come l’alfiere di una modalità nuova e, per lui
decisiva, tesa a polverizzare gli equilibri che hanno retto il rapporto difensivo/offensivo
negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale. Al riguardo occorre non dimenticare
che il dominio politico dell’Occidente trova il suo terrificante inizio a Hiroshima e
Nagasaki. L’ONU è stato il luogo, inizialmente fattivo e successivamente sempre più
soltanto formale. Un nuovo mondo che ha trovato un ulteriore assestamento nella
caduta del Muro di Berlino. Da quel momento il peso degli USA ha trovato limiti
prevalentemente nella crescente potenza economica della Cina.
Il modello Tramp era emerso già nella sua prima presidenza e ha trovato il suo secondo
momento di glorificazione del populismo feroce nell’assalto alla sede del Congresso a
Capitol Hill dopo la sconfitta elettorale del 2020. Nell’attuale stato delle cose il
Presidente degli USA parla (oppure tace) con le vesti del dominatore del mondo. Il
modello trumpiano ad alcuni piace (o conviene), altri lascia quasi indifferenti, altri
ancora ne subiscono la prepotenza. L’arbitrarietà del presidente USA, la sua totale e
incoerente indifferenza verso il diritto internazionale compongono un puzzle
pericolosissimo per la convivenza in quasi tutti i Paesi dell’orbe terracqueo. La vicend
a
del Venezuela, nonché la guerra contro l’Iran descrivono da sole il criterio di Trump.
Comanda chi vince la guerra, la potenza militare e il ricatto politico sono lo strumento
per mostrare l’intoccabile superiorità degli USA.
Rispetto a tale sconsiderato approccio il sistema maggiormente fragile è l’Unione
europea. Essa, infatti, paga lo scotto dell’incapacità di costruire e produrre una unità di
intenti e di politiche che siano all’altezza della storia e della tradizione del Vecchio
continente. I Paesi appartenenti all’Unione hanno lavorato principalmente pensando ai
loro interessi nazionali, piuttosto che muoversi verso scelte e regole utili all’intera
Europa. Non si è costruito un meccanismo in grado di fronteggiare le politiche
sovraniste interne e, più ancora, di stare al passo con i giganti dell’economia (e, dunque,
della politica) come gli USA, la Cina, la Russia. Ognuno di questi colossi si nuove
similmente al colonialismo dei secoli passati, tenendo in non cale qualunque limite alla
sopraffazione. Gli organismi sovranazionali – a iniziare dall’ONU – si dimostrano
incapaci di far valere il loro peso, se non attraverso decisioni che non incidono sulle
superpotenze, perché l’ordine mondiale viene cercato e innestato attraverso le guerre. Di
fronte a questo scenario i Paesi dell’UE si sono mossi prevalentemente con proprie
iniziative (tre/quattro alla volta), con l’aggravante di riunioni europee che si limitano a

tentativi di mediazione che spesso divengono parole al vento. La conseguenza
politicamente e socialmente più grave è la [ri]nascita del nazionalismo, il cui grimaldello
è la crescita – che sta divorando anche le destre tradizionali nel Regno unito, in
Germania, in Francia – di posizioni politiche estreme. Gli argomenti sono noti nonché
obiettivamente presenti: l’immigrazione ne è l’aspetto migliore per la retorica del
“chiudere le frontiere
”.
Avvenimenti degli ultimi mesi e, ancor peggio, degli ultimi giorni non fanno che
rafforzare l’idea di un tramonto di una secolare convivenza, che aveva trovato i suoi
argini alla fine della Seconda guerra mondiale e dopo la caduta del Muro di Berlino. Il
nodo centrale, non da ieri, è l’immigrazione. Su questo delicatissimo terreno le discordie
nell’ambito dell’UE hanno messo a nudo la carenza – in alcuni Paesi dell’assoluta
indifferenza – di politiche di accoglienza e di integrazione. In Ungheria tale approccio è
stato automatico, mentre in altri Paesi l’insofferenza verso scelte che avviassero
l’ingresso ordinato dei disperati provenienti dall’Africa e da altri Paesi limitrofi è stato e
resta insufficienti.

Nessun organismo internazionale è riuscito a fare barriera alla totale carenza di valori e
allo sciacallaggio. Le vicende recenti sono un esempio del precipitare del fenomeno. Lo
dimostra, in maniera dirompente, l’assalto di migliaia e migliaia di disperati ai confini
con la Spagna. Difatti, tale fenomeno di disperati è stato certamente orchestrato dal
Marocco per interessi personali. In Italia la vicenda – oltre a colpire l’opinione pubblica
per la violenza dell’accaduto – ha dato origine a due risposte indicative. Il ministro
Salvini ha dichiarato che il respingimento (anche violento) è l’unica strada da
percorrere. A sua volta, la Presidente del Consiglio, Meloni ha ritenuto necessario che
l’Italia abolisse l’accordo di Schengen sulla libertà di circolazione. Posizione, poi,
accorciata nella sua durata. Tale provvedimento seppur sostenuto da diversi paesi non
trova fondamento e ragione d’essere. Siamo alla fine di un era in cui il diritto
rappresentava il fondamento della convivenza civile. Oggi, troppo spesso, a prevalere
non è ciò che è giusto ma ciò che è imposto con più forza e maggiore prepotenza.

Luigi Santini giornalista e
Professore Emerito Università degli Studi Vanvitelli

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