di Ezio Micillo

C’è un momento, in teatro, in cui il silenzio diventa materia viva. Accade quando la scena smette di rappresentare e comincia a interrogare. È ciò che promette, e mantiene, Lampedusa Beach di Lina Prosa, in debutto in prima nazionale al Ridotto del Mercadante dal 26 febbraio all’8 marzo 2026, nella nuova produzione del Teatro di Napoli, Teatro Nazionale diretta da Alessandra Cutolo.

Il testo, scritto nel 2003 e primo capitolo della celebre Trilogia del Naufragio, torna oggi con una forza che non ha perso nulla della sua urgenza. Anzi, la cronaca degli ultimi anni sembra averlo reso ancora più necessario. Al centro della scena c’è Shauba, giovane donna africana interpretata da Cristina Parku, che affida al pubblico il racconto di un viaggio estremo, fisico e interiore, verso un’Europa sognata e mai raggiunta.

La regia di Alessandra Cutolo sceglie la via dell’essenzialità emotiva. Il monologo si muove tra memoria e visione, tra parola e corpo, mentre la danza di Moussan Yvonne N’dah e le immagini video di Caterina Biasiucci costruiscono un paesaggio immersivo che amplifica la solitudine della protagonista. Non è una semplice narrazione di naufragio, è un attraversamento!

Shauba parla dal fondo del mare. La sua voce arriva come un’eco trattenuta troppo a lungo, e proprio per questo difficile da ignorare. Partita su un barcone carico di centinaia di profughi, la giovane donna vede il proprio sogno infrangersi al largo di Lampedusa, ma nel precipitare verso gli abissi continua a pensare, ricordare, interrogare. Con sé ha soltanto un paio di occhiali da sole, dono della zia Mahama, che diventano simbolo fragile di una speranza ostinata.

Cutolo lo dice con chiarezza nelle sue note: Shauba è una, ma rappresenta molte. Migliaia. In questo passaggio sta la chiave dello spettacolo. La vicenda individuale si dilata fino a farsi testimonianza collettiva, senza mai perdere la concretezza del corpo che affonda. Il mare, ricorda la regista, è innocente. Le responsabilità stanno altrove, nelle politiche e nelle scelte che continuano a trasformare il Mediterraneo in una frontiera liquida.

L’allestimento si inserisce coerentemente nel progetto I SUD, percorso che il Teatro di Napoli porta avanti insieme all’Associazione IF-Imparare Fare con le comunità migranti del territorio. Non un’operazione tematica, ma un lavoro di ascolto che prova a restituire complessità a un fenomeno spesso ridotto a cifra statistica.

Le anticipazioni sono tutte a favore dell’intensità: dal punto di vista scenico la durata concentrata è di cinquanta minuti. Un tempo in cui il racconto emozionale non dà tregua, non c’è dispersione, non c’è compiacimento. La scrittura di Lina Prosa mantiene la sua qualità poetica e visionaria, mentre la messinscena ne sottolinea la dimensione quasi rituale: la discesa del corpo negli abissi coincide con il tempo stesso della parola.

Il risultato è un teatro che non consola. E forse non vuole farlo. Lampedusa Beach chiede piuttosto di sostare in quell’ultimo minuto di vita in cui Shauba, prima di scomparire, rivolge all’Occidente un appello rovesciato: invertire la rotta, ripensare i confini, salvare, prima ancora delle vite, l’idea stessa di umanità.

In tempi in cui il rischio è l’assuefazione, questo spettacolo riapre una ferita necessaria. E ricorda, con ostinata semplicità, che alcune voci continuano a parlare dal fondo del mare.

Sta a noi decidere se ascoltarle.

© Ezio Micillo giornalista e fotoreporter

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