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COMUNICATO STAMPA

Il Manifesto Etico dell’Architettura

Da Napoli la proposta nazionale avanzata nel corso del “Maggio dell’Architettura”: progetto architettonico non sradicato dal contesto. Sostenibilità ed Architettura “Human ed Empowerment Centered”

Premio Matita d’Oro all’architetto Maria Giuseppina Grasso Cannizzo e Concorso Maggio dell’Architettura per i giovani talenti emergenti

Complesso Basiliche Paleocristiane – Cimitile – Napoli

CAMPANIA. “Un Manifesto Etico dell’Architettura”: è la proposta avanzata dal Presidente nazionale dell’Ordine degli Architetti, Francesco Miceli, in occasione del “Maggio dell’Architettura_annosedici” promossa dalla Fondazione SiebenArchi.

«Lo spazio ha il compito di educare alla bellezza – afferma Miceli – La qualità dei luoghi è fondamentale nella vita di tutti noi. Quando progettiamo, ci occupiamo di persone, di chi vive gli ambienti. La riflessione da fare è capire qual è  lo stato dell’arte del nostro Paese rispetto al progetto di architettura. Sono fortemente critico, si stanno perdendo valori fondamentali. Fare architettura non è solo conoscenza tecnica, ma è soprattutto un’azione di tipo sociale, politica ed etica».

Recuperare, quindi, la dimensione etica del fare architettura. «Cosa significa ‘contemporaneo’ nell’architettura? Significa affrontare il problema ambientale e attraversarlo. Il progetto deve essere sempre più un momento di ricerca: innovare, non sradicando il progetto architettonico dal contesto. Dobbiamo costruire insieme un manifesto dei principi etici dell’architettura. Lo spazio può influenzare la psiche, deve essere pensato per far vivere meglio la gente». E sulle opportunità del Pnrr aggiunge Miceli: «Si potrà fare tanto per il Sud e per Napoli, però bisogna avere programmi e strategie di programmazione».

Si chiude con un bilancio positivo il Maggio dell’Architettura, ospitata negli spazi suggestivi delle Basiliche Paleocristiane di Cimitile, tra lectio magistralis, dibattiti sul futuro della disciplina, installazioni e mostre, con la consegna dell’ambito Premio Matita d’Oro all’architetto Maria Giuseppina Grasso Cannizzo, riconosciuta protagonista dello scenario architettonico nazionale. A consegnarlo il Presidente del Consiglio Nazionale Architetti P.P.C. Francesco Miceli.

«Il Maggio dell’Architettura è diventata una rassegna sempre più grande e affascinante, con tante sfumature differenti  – sottolinea l’Architetto Antonio Ciniglio, tra i fondatori di SiebenArchi – L’architettura è un incrocio poi di arti perché ci sono momenti differenti di dialogo con artisti in esposizione. È importante costruire un senso critico dell’architettura. L’architetto deve essere una persona capace di interpretare i tempi e il territorio. L’opera architettonica deve essere inserita nel contesto e non decontestualizzata: ne è un esempio del lavoro della Cannnizzo, che celebreremo con la Matita d’Oro. Un’azione etica dell’architettura. Fondamentale nel progetto è il tempo per fare le cose bene, quindi ritorniamo anche alla discussione iniziale sul PNRR».

Maria Giuseppina Grasso Cannizzo insegna cosa vuol dire progettare con la luce. Il suo è uno spazio fluido, da conservare senza sprechi. Opera architettonica legata al luogo, in un’interconnessione tra interni collegati all’esterno, esempio di restauro critici. «È la prima volta che assegniamo il premio ad una donna – prosegue Ciniglio – Prima di lei a Nicola Pagliara, Franco Purini, Massimo Pica Ciamarra, Francesco Venezia, Dalisi. Cannizzo è una donna di un grande rigore etico e spirituale».

«Il mio lavoro si concentra soprattutto sulla trasformazione dell’esistente. Per me non è solo un edificio, ma un territorio. Mi sono sempre occupata del progetto in tutte le sue parti, dal rilievo di tutta l’area alla cantierizzazione. Mi occupo personalmente dell’ingegnerizzazione del progetto, inserito nella comunità, con consapevolezza», spiega l’architetto Matita d’Oro 2023.

La sua è un’idea che procede per sottrazione. L’architetto deve capire ciò che è assolutamente necessario e ciò che è superfluo. Prima avevo l’ossessione della perfezione. Oggi centrale è la semplificazione. Prima non ammettevo l’errore, oggi lo ammetto – sottolinea la Cannizzo, spiegando il progetto de La Casa di Modica, intervento sull’ordinario – Ho capito che tutto può iniziare ad avere un aspetto più vero. L’imprevisto dona vita all’opera e non la rende mummificata prima della nascita, sospendendo il giudizio».

Vincitrice, invece, del Concorso Maggio dell’Architettura è Domenica Benvenga, con il suo waterfront ideato per la penisola di Milazzo, di fronte le Eolie: 12 giovani architetti e talenti emergenti, che si sono confrontati sui temi dell’architettura, dando vita ad una collezione di progetti inserito nel catalogo della mostra.

In esposizione, all’interno di una delle Basiliche, anche i plastici dei palazzi più belli d’Italia a cura del dipartimento di Architettura della Federico II di Napoli.

«Human Centered ed Environnement Centered Architecture – spiega Mario Rosario Lossassogià direttore DiARC UniNa –  È importante stimolare e investire nelle idee innovative dei giovani. Molto suggestivo è l’ambiente in cui è stata realizzata la mostra. Portano idee di futuro, è questa la nostra missione».

Da Napoli a Londra, all’interno di uno dei più prestigiosi studi internazionali Foster & Partners, è intervenuto al Maggio dell’Architettura anche Stefano Cesario:  «Le nostre strutture sono avveniristiche, ma sono sempre una risposta ai problemi locali. Prima del design, la base di tutti i nostri progetti è la sostenibilità, nella tecnica, nella struttura, nella scelta dei materiali, nel rispetto dei luoghi. Siamo in un luogo simbolo le basiliche paleocristiane. Questa struttura è affascinante, bellissima. Torno sempre a Napoli e nei dintorni, alle mie radici: è un legame che non si non si separa mai».

Tra i vari momenti di riflessione anche la lectio magistralis della Professoressa Guendalina Salimei, che ha illustrato le proprie esperienze sul tema “L’insostenibile leggerezza delle periferie”, ripercorse poi anche attraverso il cinema.

«Le periferie sono aree di frontiera, confini sensibili, limina nel senso di soglie, capaci di vivere e di interpretare in chiave nuova le tensioni tra interno ed esterno, tra città e campagna, tra costruito e infrastrutture. In simili paesaggi ibridi, l’identità da ricercare non risiede nella purezza dei segni e delle forme ma nella capacità di captare e coniugare le differenze; in alcuni casi di instaurare sintonie e in altri di accettare, progettare, esaltare le dissonanze – spiega Salimei – Il tessuto dei margini è slabbrato, cesellato da spazi vuoti poco conosciuti, indefiniti, non progettati, spesso degradati, che costituiscono ampie occasioni di riflessione e di ricerca per nuove strategie operative capaci di superare il principio di esclusione tramite la loro conversione in nuove centralità in grado di riqualificare e potenziare intere porzioni di città. Un riscatto completo dal punto di vista dell’abitare architettonico e sociale. La periferia offre l’opportunità di divenire un laboratorio di sperimentazione per la città nel suo insieme di reti e strutture, di uomini e ambiente, uniti nella ricerca di un futuro comune e condiviso in cui limites diventi limen, non più ostacolo ma opportunità».

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