Vi narro della Pudicizia, la statua che oltre al Cristo velato, mi ha colpito nella Cappella Sansevero

Entrare nella Cappella Sansevero significa varcare una soglia invisibile, oltre la quale il tempo sembra rallentare e la realtà assume una forma diversa. A Napoli, nel cuore del centro storico, questo luogo incanta il visitatore con una ricchezza di simboli, leggende e opere d’arte capaci di parlare a chiunque, anche senza parole. Il Cristo velato di Giuseppe Sanmartino è certamente il capolavoro più celebre, quello davanti al quale quasi tutti rimangono senza fiato. Eppure, durante la mia visita, un’altra scultura ha conquistato il mio sguardo e la mia memoria: la Pudicizia, realizzata da Antonio Corradini nel 1752.

Confesso che, prima di entrare nella cappella, conoscevo soprattutto il Cristo velato. L’avevo già visto altre volte e, fotografato il suo corpo coperto da un velo trasparente, così straordinariamente scolpito da sembrare vero. Mi aspettavo dunque di rimanere ancora una volta colpito soltanto da quell’opera. Ma la Cappella Sansevero non concede facilmente di concentrarsi su un’unica meraviglia. Ogni angolo rivela una presenza, ogni statua sembra custodire un messaggio segreto. E questa volta “La Pudicizia”, collocata sulla parete laterale, mi è apparsa quasi in silenzio, ma proprio per questo ha esercitato su di me un fascino profondo mai esercitato in precedenza.

La statua rappresenta una figura femminile avvolta in un velo sottile, con il corpo appena delineato dalla stoffa. Il volto è sereno, ma attraversato da una lieve malinconia; lo sguardo sembra rivolto verso un punto lontano, forse interiore. Il velo non nasconde completamente la donna: al contrario, lascia intuire la forma del corpo, le spalle, il movimento del busto. Questa scelta crea un contrasto sorprendente. Ciò che dovrebbe celare finisce per rivelare, trasformando la materia in qualcosa di quasi immateriale.

Osservandola da vicino, ho provato la sensazione che il marmo stesse per dissolversi. La superficie appare morbida, leggera, delicata. Si distinguono le pieghe del velo, le sue increspature, il modo in cui aderisce al volto e al corpo. Eppure, a differenza di un tessuto reale, non produce rumore, non si muove, non cade: resta immobile nella sua perfezione. Corradini riesce così a compiere un’impresa straordinaria, rendendo il marmo simile a una stoffa e la stoffa simile a una pelle. La scultura sembra sospesa tra ciò che si vede e ciò che si immagina.

Il nome dell’opera, Pudicizia, richiama una virtù legata al pudore, alla discrezione e alla purezza. Tuttavia, davanti alla statua, ho compreso che il suo significato non è semplice né univoco. La donna velata non comunica soltanto modestia. Il suo atteggiamento sembra parlare anche di dolore, di memoria e di perdita. Secondo l’interpretazione più diffusa, l’opera fu commissionata da Raimondo di Sangro in ricordo della madre, morta quando egli era ancora bambino. In questo senso, il velo potrebbe rappresentare il confine tra la presenza e l’assenza, tra il ricordo e l’oblio.

Il volto della Pudicizia, infatti, non esprime una gioia tranquilla. Vi è qualcosa di raccolto, quasi di rassegnato. Le labbra sono appena accennate, gli occhi sembrano abbassati o persi in una meditazione silenziosa. Non è una figura che cerca l’attenzione del pubblico; non si impone, non mostra forza. La sua bellezza nasce dalla riservatezza. È come se custodisse un segreto che non può essere completamente rivelato, ma che il visitatore è invitato a percepire.

In questo aspetto, la Pudicizia mi è sembrata profondamente diversa dal Cristo velato, pur condividendo con esso l’incredibile capacità di rendere il marmo vivo. Il Cristo di Sanmartino colpisce immediatamente: il corpo disteso, il volto coperto, i segni della Passione e gli strumenti del martirio ai piedi evocano una drammatica partecipazione emotiva. La Pudicizia, invece, richiede un tempo più lento. Non travolge, ma avvolge. Non impone una reazione, bensì invita alla contemplazione.

Sono rimasto a lungo davanti alla statua, cercando di osservarla da diverse angolazioni. A ogni spostamento, il velo sembrava cambiare consistenza. In alcuni punti appariva spesso e pesante; in altri diventava quasi trasparente. Il volto emergeva e si ritraeva, come se la luce della cappella lo rendesse visibile soltanto per brevi istanti. Questo gioco di chiaroscuri intensificava l’impressione di trovarmi davanti a una creatura fragile, trattenuta tra il mondo dei vivi e quello dei morti.

La Cappella Sansevero contribuisce in modo decisivo a questa esperienza. Non è un semplice contenitore di statue, ma un ambiente pensato come un insieme, dove arte, fede, filosofia e simbolismo si intrecciano. La luce soffusa, la disposizione delle opere e la presenza di elementi enigmatici creano un’atmosfera quasi teatrale, ma anche intima. In questo spazio, la Pudicizia non appare isolata: sembra dialogare con le altre figure, con il Cristo velato e con i numerosi riferimenti alla conoscenza, alla morte e alla trasformazione.

Forse è proprio questa la ragione per cui la statua mi ha colpito tanto. La Pudicizia non è soltanto un esercizio di virtuosismo tecnico, benché la sua esecuzione sia straordinaria. È un’opera che trasforma una virtù astratta in una presenza concreta e, nello stesso tempo, sfuggente. Il pudore diventa un velo; la memoria diventa un volto; il dolore diventa immobilità. Tutto sembra racchiuso nella delicatezza di quel marmo.

Uscendo dalla cappella, ho continuato a pensare alla donna velata. Il Cristo velato resta un’immagine potentissima, impossibile da dimenticare, ma la Pudicizia mi ha lasciato una traccia più silenziosa e forse più personale. Mi ha ricordato che non tutte le opere d’arte colpiscono con la stessa intensità o nello stesso modo. Alcune ci sorprendono per la grandiosità; altre entrano lentamente nella nostra sensibilità e vi rimangono.

La Pudicizia appartiene a questa seconda categoria. È una statua che non grida, ma sussurra. Non racconta una storia con gesti drammatici, ma attraverso un velo, un’espressione e una postura raccolta suggerisce una moltitudine di significati. Davanti a essa ho percepito la forza della fragilità e la capacità dell’arte di rendere visibile ciò che normalmente non lo è: il ricordo, l’assenza, il dolore trattenuto.

Per questo, oltre al celeberrimo Cristo velato, porterò con me soprattutto l’immagine della Pudicizia. Una figura silenziosa, quasi nascosta, eppure impossibile da ignorare. Il suo velo non cancella la presenza: la rende più intensa. E forse è proprio questo il messaggio più affascinante della statua. A volte ciò che viene celato non scompare, ma acquista una profondità nuova.

Gennaro D’Aria

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