Meloni, vittoria di Pirro?
Il testo della disastrosa proposta di legge elettorale è stato approvato alla Camera e
transiterà al Senato. Come sempre i partiti di governo si sono schierati a falange,
votando all’unanimità. Uno spettacolo desolante Le modalità con le quali il progetto –
voluto testardamente dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni – ha superato lo
scoglio di una maggioranza alle corde sono preoccupanti. Il progetto di legge avanza su
un terreno minato, essendo frutto di una serie di capriole politiche e di un imbarazzante
gioco delle tre carte. Con accorgimenti tattici che mostrano in maniera sempre più
chiara la debolezza dell’esecutivo. Alleanze alterne tra forze politiche che operano senza
alcuna strategia, che non sia quella di restare incollati alle poltrone ministeriali.
In questo clima arroventato e di fronte a soluzioni sconcertanti è legittimo chiedersi se
l’approvazione alla Camera segni una stagione di governo ancora in grado di reggere di
fronte ai disastri di una storia (ormai quasi quadriennale) fatta di promesse non
mantenute e di risultati scadenti. Oppure si tratti di una vittoria di Pirro, destinata a
sbattere contro il muro della realtà e dei bisogni del Paese.
Per l’attuale governo la legge sul premierato è l’ultima chance per restare a galla. Una
scommessa molto azzardata che rischia di incidere sui fondamenti della democrazia.
L’esagerato premio di maggioranza (al 42% dei votanti) è al limite del rispetto delle
minoranze. Ancor più preoccupante è la norma che prevede l’obbligo del Capo dello
Stato di nominare Presidente del Consiglio la persona indicata dagli elettori. Tale
prospettiva è politicamente ambigua e giuridicamente lesiva del ruolo e della figura del
Presidente della Repubblica. L’articolo 92 della Costituzione affida al Capo dello Stato il
dovere e la responsabilità di nominare il Presidente del Consiglio. Tale regola può essere
modificata soltanto con riforma della Costituzione, non attraverso legge ordinaria.
Sul piano delle regole democratiche non si può non tener conto che la storia
repubblicana insegna che il Capo dello Stato è stato (ed è) fattore indispensabile
dell’equilibrio dei poteri costituzionali. Volerne sminuire l’importanza significa ledere
uno dei fondamenti della democrazia, basata – nessuno dovrebbe dimenticarlo – su una
Costituzione costruita dalla quasi totalità delle forze politiche. Su questa questione la
maggioranza dei docenti di diritto costituzionale ha ribadito che la legge presentata dal
governo è incostituzionale. Nonostante ciò, Giorgia Meloni procede come un panzer.
Sembra intenzionata a valersi del fatto che al Senato il voto segreto sui testi in
discussione non è previsto. Tale elemento renderebbe plausibile proporre nuovamente il
meccanismo sulle preferenze bocciato alla Camere.
Non si può non osservare che, nel testo approvato alla Camera, non mancano altre
sciagurate destrezze. Tra di esse le liste formulate a uso e consumo dei partiti, la
marginalizzazione delle donne nell’agone della competizione per entrare in Parlamento.
In sintesi: il Governo attuale si è incrinato, forse in modo irreparabile. Occorre
prenderne atto, ma Giorgia Meloni sembra ben lontana dall’ipotesi di farsi da parte.
All’opposto, il suo atteggiamento è orientato verso una sorta di “golpe pacifico”, disegno
di una torsione politica e giuridica coerente con i suoi orizzonti di “donna sola al
comando”. Come se fosse Fausto Coppi.
LUIGI SANTINI

