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di Ezio Micillo

La rapina avvenuta a Napoli, nelle ultime ore, ha riportato al centro del dibattito pubblico un tema tanto antico quanto attuale: la trasformazione dei reati predatori in operazioni sempre più pianificate, fredde e, almeno in apparenza, ‘pulite’.
Secondo le prime ricostruzioni, il colpo sarebbe stato eseguito con un livello di organizzazione elevato. I rapinatori, ben coordinati e con ruoli definiti, avrebbero agito rapidamente, evitando il panico tra clienti e dipendenti. Probabilmente due gruppi, il primo al front office degli sportelli che minacciavano i clienti, presenti ed il personale, l’altro nel caveau a svaligiare le cassette di sicurezza contenenti i preziosi della clientela.
Un piano criminoso a dir poco perfetto, organizzato nei minimi dettagli studiando tutti i tempi in attesa dell’arrivo della polizia. E quando c’è stata l’irruzione per tirare fuori gli ostaggi i malviventi erano già fuggiti attraverso cunicoli fognari scavati forse già da tempo.
E’ stato come in un film. Ma l’elemento che colpisce in tutta questa vicenda è proprio l’assenza di violenza fisica. Nessun ferito, nessuna escalation evidente, nessun uso sproporzionato della forza. Gli ostaggi, se così si possono definire, sarebbero stati gestiti con una sorta di ‘protocollo implicito’ volto a mantenere la calma e ridurre i rischi.
Purtroppo l’intervento ritardato del GIS, Gruppo di Intervento Speciale, delle forze dell’ordine, addestrato proprio per scenari ad alto rischio con presenza di civili, è arrivato quando i banditi avevano già lasciato la banca sfruttando i sotterranei del percorso fognario e quella della metropolitana. Le operazioni si sono concentrate sulla messa in sicurezza dell’area, la raccolta di prove e la ricostruzione dettagliata della dinamica. Fondamentali, come sempre, le immagini di videosorveglianza e le testimonianze.
Ma è sul piano culturale e sociale che questo episodio apre interrogativi più profondi.
Il paradosso della ‘rapina senza violenza’.
Ci troviamo davanti a un apparente cortocircuito: un reato grave, che viola la legge e mina la sicurezza collettiva, ma che non produce, almeno visibilmente, violenza fisica e sanguinosa. Questo può generare una percezione distorta: se non c’è sangue, se non c’è brutalità, il fatto sembra quasi ‘meno grave’. È un’illusione pericolosa. Il danno economico, il trauma psicologico per chi era presente e il senso di vulnerabilità che si diffonde restano intatti.

Ecco che il primo pensiero va all’effetto imitazione e la cultura pop.
È inevitabile quindi che venga in mente ‘La Casa di Carta’, la serie che ha contribuito a costruire nell’immaginario collettivo la figura del rapinatore stratega, intelligente, carismatico, quasi ‘etico’ nel suo codice interno. Non è corretto attribuire direttamente a un prodotto televisivo la responsabilità di comportamenti criminali, ma è altrettanto ingenuo ignorarne l’influenza simbolica. La spettacolarizzazione del crimine può rendere più attraente, o quantomeno più ‘pensabile’, un certo tipo di azione.
Ma la percezione pubblica, in questa vicenda, sembra definire questo crimine ‘lontano’ dalle persone. Ciò appare quando il bersaglio è una banca o una grande istituzione, molti tendono a considerare il danno come qualcosa di astratto, distante dalle proprie tasche. In realtà, il sistema è interconnesso, i costi si redistribuiscono, i servizi cambiano, le misure di sicurezza si irrigidiscono. E, soprattutto, si incrina la fiducia.
Il mito rimane però quello del piano perfetto. L’idea di un colpo eseguito ‘alla perfezione’ esercita un fascino antico. Ma è un mito che raramente regge alla prova dei fatti. Ogni indagine, anche la più complessa, lascia emergere errori, tracce, dettagli sfuggiti. È proprio su questi elementi che lavorano gli investigatori. L’apparente perfezione è spesso solo una questione di tempo.
In definitiva, questa rapina non è solo un fatto di cronaca, ma uno specchio dei cambiamenti nel modo in cui il crimine si organizza e viene percepito. Più silenzioso, più razionale, meno impulsivo, ma non per questo meno pericoloso.

E forse è proprio questa ‘normalizzazione’ a rappresentare il rischio maggiore.

© Ezio Micillo giornalista e fotoreporter

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