di Ezio Micillo
Al Festival Internazionale del Cinema di Berlino, in programma dal 12 al 22 febbraio 2026, l’Italia non c’è. Non c’è in concorso, non c’è nella competizione principale, non c’è in quel luogo simbolico dove il cinema misura la propria vitalità artistica davanti al mondo. Un’assenza che non può essere archiviata come coincidenza sfortunata o semplice alternanza stagionale. È un segnale. Ed è un segnale grave.
Il cinema italiano ha attraversato stagioni difficili, ma raramente ha conosciuto una marginalità così evidente nei grandi festival internazionali. Berlino, crocevia storico di culture e cinematografie, è da sempre uno spazio in cui le opere più coraggiose trovano legittimazione e visibilità globale. Restarne fuori significa perdere non solo un premio, ma una posizione nella mappa culturale contemporanea.
La domanda è inevitabile: come siamo arrivati fin qui?
Negli ultimi anni il settore audiovisivo ha dovuto confrontarsi con un progressivo ridimensionamento delle risorse pubbliche e con una ridefinizione dei criteri di accesso ai finanziamenti. Il sostegno statale, in un Paese dove il mercato interno non è sufficiente a garantire produzioni ambiziose e indipendenti, non è un privilegio corporativo ma una condizione strutturale di sopravvivenza. Senza un sistema di incentivi solido, trasparente e meritocratico, il cinema italiano fatica a produrre opere capaci di competere a livello internazionale.
La riduzione dei fondi, insieme a criteri sempre più selettivi che privilegiano strutture produttive già consolidate, ha creato un paradosso: chi è forte diventa più forte, chi è fragile scompare. I giovani autori, le produzioni indipendenti, le opere prime e seconde — quelle che storicamente hanno rinnovato il linguaggio cinematografico — trovano sempre meno spazio. Il risultato è un impoverimento creativo che si riflette inevitabilmente sulla qualità e sulla varietà dell’offerta.
Non si tratta soltanto di quantità di denaro, ma di visione politica. Una politica culturale non può limitarsi a distribuire contributi, essa deve orientare, sostenere, rischiare. Deve credere che il cinema non sia un costo ma un investimento strategico, un veicolo di identità nazionale e uno strumento di diplomazia culturale. Quando questa visione manca, il sistema si irrigidisce, si chiude, premia l’ordinario e penalizza l’audacia.
C’è poi un altro nodo, più delicato ma non meno urgente ed è quello della percezione diffusa che le risorse residue finiscano spesso nelle mani di pochi soggetti ricorrenti, indipendentemente dall’effettiva qualità dei progetti. Anche laddove ciò non sia dimostrabile caso per caso, la semplice sensazione di un circuito chiuso danneggia la credibilità dell’intero comparto. In un ecosistema culturale sano, la concorrenza è trasparente, le valutazioni sono motivate, il merito è verificabile. Senza questi presupposti, si alimenta sfiducia e si spegne l’entusiasmo delle nuove generazioni.
Dire che il cinema italiano rischia di sparire può sembrare un’esagerazione retorica. Eppure, se per ”sparire” intendiamo perdere centralità, autorevolezza e capacità di incidere nel dibattito culturale globale, allora il rischio è concreto. Un’industria che non riesce a portare i propri film nei grandi festival, che fatica a esportare storie e talenti, che dipende quasi esclusivamente dal mercato domestico, è un’industria che si restringe.
Non è una questione ideologica, né uno scontro tra maggioranza e opposizione. È un tema che riguarda l’interesse nazionale. Il cinema è memoria, critica sociale, immaginazione collettiva. È uno specchio attraverso cui un Paese si guarda e si racconta agli altri. Rinunciare a sostenerlo in modo adeguato significa accettare una progressiva marginalità culturale.
L’assenza dell’Italia a Berlino nel 2026, quindi, non è soltanto un vuoto in un catalogo festivaliero. E’ un silenzio che racconta la crisi del nostro cinema italiano. È l’immagine di un sistema che ha bisogno urgente di essere ripensato. Servono investimenti stabili, criteri limpidi, apertura ai nuovi linguaggi e ai nuovi autori. Serve il coraggio di considerare la cultura non come una voce sacrificabile di bilancio, ma come un’infrastruttura strategica del Paese.
Se non si interviene ora, il rischio non è soltanto quello di perdere premi o riconoscimenti. È quello di perdere una parte della nostra identità. E quando un Paese smette di raccontarsi, lentamente smette anche di esistere nel racconto degli altri.

Ezio Micillo giornalista e fotoreporter
