“CIRO A SANTA BRIGIDA”, UN LIBRO CHE RACCONTA LA LEGGENDA DI UNA NAPOLI CHE NON C’E’ PIU’.
Di Laura Caico
Una figura storica. Nell’immaginario collettivo dei gourmet napoletani, degli artisti nazionali e internazionali, dei bon vivant della terra di Partenope, Lino (all’anagrafe Carmine) Stendardo, figlio di Amedeo Stentardo e Nunzia Pace, ha lasciato una traccia importante: ristoratore e gentiluomo, spiccava sul territorio per la signorilità, la garbata accoglienza, il sorriso spontaneo con cui si rivolgeva ai suoi ospiti, la serenità con cui guardava alla vita e ai suoi accadimenti.
La memoria della sua vita trascorsa fra i tavoli dell’accorsato ristorante “Ciro A Santa Brigida”, tra le vacanze nelle località più chic, gli spostamenti fra le predilette isole flegree – Capri e Ischia in primis – i viaggi intorno al mondo, è fedelmente custodita nel libro “Ciro A Santa Brigida” – Cento Anni di Storia napoletana – Ricordi di Lino Stentardo” dell’Editoriale Scientifica, recentemente presentato (con brevi interventi di Francesca e Alessandra Stentardo) dal celebre scrittore Maurizio de Giovanni e dalla brillante giornalista Anna Paola Merone al ristorante “Ciro a Borgo Marinari” (altro ristorante di famiglia, noto anche come “Ciro a Santa Lucia” di Luigi e Mario Stentardo nipoti di Carmine Pace) e redatto con solerzia e bravura da Mino Cuciniello nel corso di ripetuti incontri con il patron Lino, poco prima della sua scomparsa: “fu necessario vedersi tante volte – ha raccontato l’autore – per raccogliere dettagli, episodi, aneddoti su personaggi famosi che frequentavano il suo ristorante con le cucine rinnovate dall’architetto Stefania Filo Speziale e di cui tutti ammiravano la veranda progettata dall’architetto Ingrosso e ritratta dal pittore Enrico Placido in un famoso quadro appeso per tanti anni su una parete del ristorante.”
Era davvero fra le insegne storiche di una Napoli che non c’è più – lentamente ma inesorabilmente scomparsa nel tempo – scavalcata e soffocata dall’incalzare dei fast food, del ‘mordi e fuggi’, del bivaccare nei dehors, del vivere tutto in fretta e senza gusto che ha contribuito non poco all’involgarimento dei costumi e dei modi di approcciarsi al prossimo, ripudiando drasticamente l’eleganza di stare al mondo.
Lino Stendardo, invece – spesso affiancato dalla splendida moglie Francesca Farrauto sposata nel 1965 con una cerimonia officiata dall’Emerito Monsignor Muller e, negli ultimi tempi, anche dall’incantevole figlia Alessandra – possedeva savoir faire, gentilezza e un’attitudine interiore alla grazia nettamente percepibili nella sua modalità di colloquio, nei gesti misurati, nella cortese pazienza con cui accontentava le più strampalate richieste dei clienti: non si sottraeva alla fatica di accoglierli anche a tardissima ora come succedeva con Eduardo de Filippo che prenotava il tavolo da Ciro anche quando lavorava fuori Napoli e il patron aspettava il Maestro con gioia, insieme a tutto il personale.
Simbolo di un tempo educato e raffinato che rimpiangiamo, Lino ha voluto lasciare ricordi importanti della sua esistenza ai figli e ai nipoti unendo la sua fatica imprenditoriale alla storia della città, dei fatti che vi sono accaduti, delle trasformazioni che essa ha subito, di ciò che la caratterizza tuttora: il libro comincia descrivendo l’ultimo secolo di Napoli, incentrando poi la narrazione sull’apertura del ristorante ‘Ciro a Santa Brigida’ nel 1932 (realizzata da Carmine Pace con i figli Ciro, Vincenzo e Nunzia) il cui nome era dedicato alla strada che l’ospitava e alla chiesa dove riposano le spoglie di Luca Giordano, intitolata alla patrona di Svezia santa Brigida Birgersdotter che soggiornò a Napoli dal luglio 1365 all’ottobre 1367, durante il regno di Giovanna I d’Angiò. Di questo splendido posto dove è passato un mondo di personaggi di rilievo tra artisti, scienziati, star dello showbusiness, industriali, aristocratici, politici, esponenti della bella società, Mino racconta con perizia minuziosa i particolari più avvincenti arrivando fino alla sua cessazione avvenuta nel 2019: grande fu lo sconcerto dei partenopei per la perdita di questo ineguagliabile ritrovo, accaduta ben prima che la chiusura totale di ogni esercizio di ristorazione dovuta al covid spazzasse via convivialità, civiltà della tavola, voglia di riunirsi intorno a un banchetto per assaporare pietanze cucinate a regola d’arte e cementare amicizie.
Cuciniello precisa che “Ciro a Santa Brigida è stato il centro dell’attenzione, della vita sociale, culturale e mondana della città di Napoli: la mattina vi si trovavano gli uomini d’affari e tanti cronisti poiché – soprattutto nei primi anni ‘50 – la Galleria Umberto ospitava la Banca d’Italia, la Banca Nazionale dell’Agricoltura, tanti altri Istituti ed era un polmone pulsante di giornalismo per la presenza delle sedi dei maggiori quotidiani napoletani. Non parliamo poi dei vari teatri, iniziando dal famoso Salone Margherita (che era situato nel sotterraneo della Galleria) e delle sale cinematografiche Umberto, Colosseo, Santa Brigida: quindi, la mattina era frequentato da uomini di affari, imprenditori e politici mentre la sera era il luogo ideale per il dopo teatro degli spettacoli del San Carlo, dell’Augusteo, del Politeama, del Mercadante, del Nuovo, del Fiorentini o del San Ferdinando.”
De Giovanni ha rimarcato che “studiando la Napoli della prima metà del Novecento, durante le ricerche confluite poi nei miei libri sul commissario Ricciardi, ho constatato che ‘Ciro a Santa Brigida’ era un fulcro della vita partenopea perché era in una posizione strategica, un segno fortemente distintivo all’interno della città: è un gran dolore per tutti noi (alla notizia, ne riportai un dispiacere enorme, come se avessi perso un pezzo di casa!) pensare che abbiamo avuto quell’epoca e l’abbiamo persa in cambio di quest’epoca odierna che è tutt’altro! Abbiamo un gran numero di turisti che girano per la città senza avere la consapevolezza di quello che questa città è stata, di quello che ‘Ciro a Santa Brigida’ ha significato nel centro assoluto della città: se ci pensate, luoghi del genere dove si andava per stare insieme e dove si incontravano diverse culture non ne abbiamo più.”









