presenta
Dimitris Kontodimos/ Gabriel Orlowski
Transit Grounds
A cura di Massimiliano Maglione
Opening: venerdì 21 novembre dalle ore 17.00 alle 20,00
dal 22 novembre 2025 al 17 gennaio 2026
Venerdì 21 novembre dalle ore 17.00 la Shazar Gallery presenta Transit grounds una doppia personale di Dimitris Kontodimos e Gabriel Orlowski, a cura di Massimiliano Maglione. Transit Grounds riunisce il lavoro di due artisti, Dimitris Kontodimos (scultore greco) e Gabriel Orlowski (fotografo polacco) che mostrano con due differenti linguaggi un continuum di azioni urbane “la città contemporanea appare come archivio di memorie e macchina di consumo, un organismo che accumula rovine mentre produce se stesso, che rinnova incessantemente la propria immagine mentre ne consuma la sostanza. È il consumo a determinare il ritmo del presente, un flusso che trascina con sé materiali, corpi e memorie, risucchiando il tempo nel vortice di una produttività che non conosce tregua” come descritto nel testo critico da Massimiliano Maglione.
Le sculture di Dimitris Kontodimos simulano percorsi artificiali attraverso i quali si insinua la cultura consumistica, utilizza oggetti anonimi della civiltà urbana rendendoli rovine contemporanee, reperti fittizi che mettono in crisi la fiducia nella memoria come strumento di verità. Nelle fotografie di Gabriel Orlowski invece la rovina non è più il ricordo di ciò che è finito, ma la forma del presente che si consuma, una distesa di strutture, mezzi e persone che continuano a muoversi pur nella sensazione di essere già relitti, conseguenze della logica consumistica.
Gabriel Orlowski che vive e lavora a Varsavia, è alla sua seconda personale negli spazi di via P. Scura Nel 2018 è stato inserito nella lista dei più importanti giovani artisti polacchi, ha esposto alla Agnes B. Galerie du Jour a Parigi, alla Galeria Leto a Varsavia e Zigutamve a Vienna ed è stato anche protagonista di una mostra durante la Warsaw Gallery Weekend, nello Stroboskop Art Space.
Dimitris Kontodimos vive e lavora ad Atene ed è alla sua prima personale italiana. In occasione della mostra alla Shazar Gallery ha partecipato a Somma Vesuviana alla residenza artistica “Vesuvio contemporary residency creative stay” organizzata da Tramandars su invito di Massimiliano Maglione. Attivissimo in Grecia ha esposto in molte capitali europee tra cui Praga e Madrid.
Transit grounds rimarrà aperta fino al 17 gennaio 2026 dal martedì al sabato dalle 14.30 alle 19.30 e su appuntamento.
Transit Grounds mette in relazione le opere di Gabriel Orłowski e Dimitris Kontodimos dentro un’unica superficie critica in cui la città contemporanea appare come archivio di memorie e macchina di consumo, un organismo che accumula rovine mentre produce se stesso, che rinnova incessantemente la propria immagine mentre ne consuma la sostanza. È il consumo a determinare il ritmo del presente, un flusso che trascina con sé materiali, corpi e memorie, risucchiando il tempo nel vortice di una produttività che non conosce tregua. Le fotografie di Orłowski si collocano nei margini produttivi del sistema, in quelle periferie che cessano di essere sfondo e diventano il vero motore operativo del presente, territori dove il paesaggio si riduce a infrastruttura e la circolazione incessante di merci e persone genera una geografia senza riposo, segnata da un lavoro nomade e precario che non ammette vulnerabilità né rallentamenti. Ogni tratto di asfalto, ogni vuoto industriale parla dell’esistenza di una forza umana invisibile, esclusa dalla narrazione ufficiale ma indispensabile al funzionamento della macchina economica. Nelle sue immagini la superficie non basta, emerge la struttura che la sostiene e la fotografia si fa strumento di osservazione critica più che semplice documento. In queste immagini la rovina non è più il ricordo di ciò che è finito, ma la forma del presente che si consuma, una distesa di strutture, mezzi e persone che continuano a muoversi pur nella sensazione di essere già relitti, un orizzonte distopico e sisifeo in cui la fatica non promette riscatto e il paesaggio stesso sembra respirare al ritmo di una macchina che non può fermarsi senza collassare. La scultura di Kontodimos affronta la stessa condizione da un’altra soglia, quella del sedimento, della materia che resta a terra dopo il passaggio del flusso. Il suo lavoro nasce dal camminare nella città, soprattutto in un’Atene sospesa tra la retorica dell’antico e la brutalità del presente, dove il gesto del raccogliere diventa forma di pensiero. Frammenti di architettura, superfici tecniche, oggetti anonimi della civiltà urbana vengono prelevati dal loro uso e ricomposti in strutture che evocano rovine, altari, reperti fittizi che mettono in crisi la fiducia nella memoria come strumento di verità. Il suo è un gesto di archeologia capovolta, dove il passato non viene ritrovato ma costruito a partire dall’eccesso del contemporaneo, rivelando come l’idea stessa di antichità sia divenuta un linguaggio manipolato, semplificato e continuamente rimesso in circolo come segno di stabilità dentro un sistema che vive di instabilità e sostituzione. L’artista sottrae gli oggetti alla funzione e li espone al loro doppio, al modo in cui la cultura li addomestica e li rimette in circolo, trasformando la storia in superficie e la superficie in merce. Il dialogo tra le due ricerche è una frizione tra il flusso e il deposito, tra ciò che si muove e ciò che resta, tra la foga produttiva e la stanchezza della materia. Entrambi gli artisti rivelano il paradosso di un mondo che costruisce per logorarsi, che consuma per esistere, che trasforma ogni frammento in simbolo e ogni simbolo in prodotto. La città diventa un corpo che si rinnova divorando se stesso, un organismo che confonde costruzione e collasso, architettura e detrito, industria e memoria, fino a manifestarsi come un sistema metabolico che assimila ogni cosa – materiali, gesti, storie – e le restituisce già digerite, pronte a essere nuovamente consumate. La loro relazione assume questa dinamica come lente di osservazione, mostrando come il capitalismo non solo produca rovine ma costruisca le condizioni perché esse diventino il nostro modo abituale di percepire il reale, una trama di spazi trascurati, infrastrutture esauste e gesti ordinari che vengono continuamente ricomposti. Massimiliano Maglione



