comunicato stampa

Giovedì 6 novembre alle 21.00
al via la Stagione ‘25|’26 del Teatro San Ferdinando
con il debutto in prima nazionale dello spettacolo
IL MEDICO DEI PAZZI
di Eduardo Scarpetta
su regia e adattamento di Leo Muscato
con protagonista Gianfelice Imparato
nel ruolo di Don Felice Sciosciammocca
una produzione
Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, I Due della Città del Sole
Compagnia Mauri Sturno
in occasione del centenario dalla morte
di Eduardo Scarpetta (29 novembre 1925)
In scena fino a domenica16 novembre
E’ affidata allo spettacolo Il medico dei pazzi – tra le più divertenti farse di Eduardo
Scarpetta scritta nel 1908 – l’apertura della Stagione ‘25/’26 del Teatro San Ferdinando,
la storica sala di Piazza Eduardo De Filippo gestita dal Teatro di Napoli-Teatro
Nazionale.
La messa in scena, che debutta in prima nazionale giovedì 6 novembre con repliche fino a
domenica 16, è firmata dal regista Leo Muscato autore anche dell’adattamento del testo.
Protagonista dello spettacolo, nel ruolo del popolare personaggio scarpettiano Don Felice
Sciosciammocca, un grande attore della scena teatrale italiana qual è Gianfelice
Imparato.
Con lui a ricoprire i ruoli dei diversi personaggi della vicenda una numerosa, affiatata
compagnia di interpreti composta da (in o.a.) Luigi Bignone, Giuseppe Brunetti,
Francesco Maria Cordella, Alessandra D’Ambrosio, Antonio Fiorillo, Giorgio Pinto,
Arianna Primavera, Giuseppe Rispoli, Ingrid Sansone, Michele Schiano Di Cola. Le
scene sono di Federica Parolini, i costumi di Silvia Aymonino, le luci di Alessandro
Verazzi, le musiche originali di Andrea Chenna.
Una produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, I Due della Città del Sole,
Compagnia Mauri Sturno.
La durata dello spettacolo è di 1h e 40’ (atto unico)
Info e calendario rappresentazioni su: teatrodinapoli.it
Biglietteria tel. 081.292030 / 291878 ! e.mail: biglietteria@ teatrodinapoli.it
IL MEDICO DEI PAZZI
Appunti per una messa in scena
di Leo Muscato
«Il medico dei pazzi è una delle più divertenti farse di Eduardo Scarpetta, una
macchina perfetta dell’equivoco. Scritta nel 1908, racconta la disavventura di
Don Felice Sciosciammocca, ricco proprietario terriero – un po’ ignorante,
molto ingenuo e irrimediabilmente provinciale – che da anni finanzia gli studi
di suo nipote Ciccillo. È convinto che il ragazzo si sia laureato in medicina e
diriga un prestigioso manicomio. Peccato che Ciccillo, invece di studiare,
abbia sperperato tutto in divertimenti e gioco d’azzardo, collezionando debiti
e creditori.
Quando Don Felice decide di sorprenderlo e si presenta a Napoli con la
moglie, il nipote, preso alla sprovvista, inventa una menzogna colossale: la
Pensione Stella, dove vive, non è una semplice pensione, ma un rispettabile
istituto psichiatrico. Don Felice, vedendo gli eccentrici ospiti della casa, si
convince che siano pazienti. Da lì in avanti, la commedia precipita in un
vortice di equivoci e situazioni paradossali, entrati nella memoria collettiva del
teatro napoletano.
La nostra versione
Nella versione che oggi presentiamo al pubblico spostiamo la vicenda di una
settantina d’anni in avanti: siamo agli inizi degli anni Ottanta, poco dopo
la Legge Basaglia (1978), che sancisce la chiusura dei manicomi e la nascita
dei nuovi servizi territoriali di salute mentale. Una riforma accolta da molti
come una rivoluzione civile, ma che all’epoca generò paure, disorientamento
e diffidenza, soprattutto tra la gente comune.
A Napoli e in Campania il dibattito fu particolarmente acceso: psichiatri
come Sergio Piro promossero attivamente il cambiamento, aprendo i reparti e
sperimentando forme di cura comunitaria, mentre la trasformazione dell’ex
manicomio “Leonardo Bianchi” procedeva tra difficoltà e resistenze. Anche la
stampa, con giornalisti come Ciro Paglia, ebbe un ruolo decisivo nel
denunciare lo stato degli ospedali psichiatrici e nel sostenere la riforma.
Ed è in questo clima di maggiore realismo che la farsa si trasforma in
commedia: un mondo in cui Felice Sciosciammocca, uomo di campagna
partito da Roccasecca, arriva a Napoli come se andasse in gita, o allo zoo,
totalmente inconsapevole della complessità di questa rivoluzione epocale in
atto.
È lì per vedere il frutto dei loro enormi sacrifici e della quantità di denaro che
lui e la moglie Concetta, ereditiera di un allevamento di maiali, hanno elargito
al nipote Ciccillo per farlo laureare e aprire una clinica privata.
Peccato che il nipote, da anni, non metta piede all’università: in realtà è un
ludopatico sommerso dai debiti, ricercato dagli strozzini, che si mantiene con
menzogne sempre più spudorate, sostenuto da un amico di buon cuore che
cerca di fargli da coscienza critica, senza riuscire a cavarne un ragno dal
buco.
Quando lo zio piomba a sorpresa, spaccia la pensione in cui vive per una
nuova casa di cura, frutto – dice – dei sacrifici degli zii.
In questa modesta pensione, abitata da un’umanità fragile ma dai caratteri
forti, Felice incontra una galleria di figure straordinarie, ossessionate da
problemi che a loro sembrano insormontabili e che li fanno vivere in un
perenne stato di agitazione ed eccitazione. Fra loro c’è un uomo
eccessivamente ingenuo a cui qualcuno ha fatto credere che reciterà la parte
di Otello in una matinée, e che studia ossessivamente una parte che non è in
grado di sostenere; un musicista geniale e squattrinato, che suona per strada
e cerca un compagno con cui dividere la fatica; un ex vigile urbano detto “il
Maggiore”, licenziato a causa della sua obesità e abbandonato anche dalla
moglie; uno che si definisce scrittore ma straccia ogni riga che batte a
macchina; una madre esuberante in cerca di marito per una figlia troppo
timida; e un direttore zelante che cerca di tenere in ordine una pensione che,
a un certo punto, sembra davvero sul punto di esplodere.
Per Don Felice, la Pensione Stella diventa un circo degli orrori, e il suo
smarrimento cresce di scena in scena, fino a vacillare lui stesso sul confine
tra ragione e follia.
Tutti personaggi eccentrici ma reali, che Felice scambia per pazzi, vivendo la
giornata più lunga della sua vita.
Quando, nel terzo atto, scopre la verità, Felice resta senza terra sotto i piedi.
La beffa del nipote – in cui ha investito speranze, affetto e denaro – gli
esplode addosso. E mentre il pubblico ride, lui si stringe nella sua giacchetta
da provinciale fuori posto, con il cuore gonfio di delusione.
Forse è davvero lui il più matto di tutti: l’ultimo a credere che l’onestà possa
ancora regalare un lieto fine».
Leo Muscato



