di Ezio Micillo

Al Teatro Augusteo di Napoli si accende una luce tutta speciale, è la luce di Casa Esposito, lo spettacolo che vede protagonista un irresistibile Giovanni Esposito, attore, che a teatro non recita soltanto, respira. E nel suo respiro c’è tutta Napoli, la Napoli esagerata, poetica, rumorosa, piena d’amore e di guai. Una Commedia in due atti scritta da Alessandro Siani, Pino Imperatore, Paolo Caiazzo, con un castd’eccezione formato daGiovanni Esposito, Nunzia Schiano, Susy Del Giudice, Salvatore Misticone, Gennaro Silvestro, Carmen Pommella, Giampiero Schiano, Aurora Benitozzi assicura risate a non finire.

La scena si apre su un uomo che porta un nome più diffuso della pizza margherita, Tonino Esposito, un figlio di un boss della camorra che vorrebbe tanto essere all’altezza del mestiere di famiglia. Peccato che il destino, e soprattutto la sua goffaggine, lo portino altrove, verso una comicità spontanea, verso tentativi imbarazzanti di fare il duro, verso incontri al limite del surreale dove persino un teschio diventa consigliere di vita.

Proprio qui, nel cuore di Napoli, dove i vicoli sussurrano segreti a ogni passo e il tufo conserva la memoria di secoli, accatastati come libri in una biblioteca del destino, esiste un luogo che ha trasformato il rapporto con la morte in una storia d’amore, superstizione e mistero: il Cimitero delle Fontanelle.

Qui riposano migliaia di teschi e ossa, le cosiddette capuzzelle, allineate in un ordine caotico che ha tutto il fascino di un rito disobbediente. La leggenda dell’adozione del teschio nasce proprio da questo strano intreccio tra vivi e morti. Si racconta che un tempo la gente dei quartieri popolari scendesse in queste cave per scegliere un teschio, uno solo, tra tutti. Una sorta di adozione ultraterrena. Lo pulivano con un fazzoletto affidato alla speranza, lo lucidavano come fosse una reliquia preziosa e lo accarezzavano come si accarezza la testa di una persona cara. Poi posavano accanto piccoli doni, un cuscinetto di stoffa, un lumino tremolante, talvolta persino un rosario. La gente credeva che quel teschio, una volta adottato e curato, potesse diventare un potente intermediario con l’aldilà. Ma perché farlo? Se il defunto prescelto gradiva le attenzioni, si sarebbe trasformato in un’anima pezzentella, un’anima bisognosa, ma riconoscente. E allora, i desideri formulati con rispetto non cadevano più nel vuoto. Una grazia, un lavoro, un amore improvviso, un figlio atteso, la protezione arrivava come un soffio caldo nella vita del devoto, l‘anima pezzentella si materializzava in sembianze umane visibili solo al suo benefattore.

Ma la cosa straordinaria dello spettacolo è che si ride. In questo strano intreccio tra vivi e morti la commedia è molto divertente, si ride di gusto, come quando in famiglia tutti parlano insieme e le parole si spingono per uscire per prime.

I personaggi sembrano disegnati ad hoc nel loro ruolo, la moglie di Tonino, la bravissima Giusy del Giudice, nel teatro della famiglia Esposito appare come la vera direttrice d’orchestra di una sinfonia stonata. Mentre gli uomini si affannano a difendere ruoli ereditati dal passato, impugnando maschere troppo grandi per i loro volti, lei rimane presente, concreta, un’ancora che non ama il palcoscenico ma conosce il valore di non far affondare la nave.

La figlia Tina, interpretata da Aurora Benitozzi, nel suo essere giovane testimone del caos familiare porta con sé una morale che è una piccola rivoluzione culturale. La sua morale, forse non detta ma assorbe il comico e il tragico che le ruotano intorno e li trasforma in una domanda semplice e luminosa: chi voglio essere, io?. Non vuole farsi incastrare nei ruoli già scritti dalla storia familiare o dalle regole non dette del quartiere. Il suo cuore impara che la dignità non si eredita come un cognome, la si costruisce con scelte piccole ma precise.

La camorra qui non è glamour, non è cinema d’azione, non è leggenda nera. È il limite da cui Tonino cerca di evadere. E quella fuga maldestra e umanissima diventa il centro della pièce.

Sul palco Esposito passa dalla tenerezza alla farsa con la stessa agilità di uno che scivola e poi fa finta fosse un passo di danza. I suoi occhi raccontano più delle battute. Sono occhi che vorrebbero incutere timore ma finiscono per chiedere abbracci. Il pubblico lo segue, si riconosce nelle sue debolezze, lo incoraggia in silenzio. Perché, in fondo, quante volte anche noi abbiamo provato a essere qualcuno che non eravamo?

Il teatro fa vivere una Napoli che non si limita al folklore. È una città che qui appare come una grande mamma: brontolona, ironica, affettuosa, capace di perdonarti anche quando hai combinato la più grossa delle sciocchezze.

La scenografia profuma di vicoli, di finestre che spiano e parlano, di vita che non riesce proprio a stare zitta. E le musiche accompagnano tutto come un coro invisibile di vicini che fanno parte della famiglia, volenti o nolenti.

Perché vederlo ?
Per uscire dal teatro con la sensazione di aver passato una serata in compagnia di amici veri.
Per ricordare che la risata è un atto di coraggio.
Per scoprire che c’è sempre un modo nuovo di raccontare Napoli, non stereotipo, ma carne viva.
Casa Esposito è una commedia che profuma di casa.

E la casa, si sa, è dove ci aspetta qualcuno pronto a farci ridere anche quando non ne abbiamo voglia.

© Ezio Micillo giornalista e fotoreporter

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